{"id":2521,"date":"2015-03-05T18:30:20","date_gmt":"2015-03-05T17:30:20","guid":{"rendered":"https:\/\/avvocatotelematico.wordpress.com\/?p=2521"},"modified":"2015-03-05T18:30:20","modified_gmt":"2015-03-05T17:30:20","slug":"hash-e-impronte-cerchiamo-di-fare-un-po-di-chiarezza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/avvocatotelematico.studiolegalearcella.it\/public_html\/2015\/03\/05\/hash-e-impronte-cerchiamo-di-fare-un-po-di-chiarezza\/","title":{"rendered":"Hash e impronte, cerchiamo di fare un po\u2019 di chiarezza"},"content":{"rendered":"<p><strong><em>di Claudio \u00a0De Stasio\u00a0<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Avvocato del Foro di Grosseto<a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/avvocatotelematico.studiolegalearcella.it\/public_html\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/minuzie.png?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" data-attachment-id=\"2532\" data-permalink=\"https:\/\/avvocatotelematico.studiolegalearcella.it\/public_html\/2015\/03\/05\/hash-e-impronte-cerchiamo-di-fare-un-po-di-chiarezza\/minuzie\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/avvocatotelematico.studiolegalearcella.it\/public_html\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/minuzie.png?fit=220%2C197&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"220,197\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Minuzie\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/avvocatotelematico.studiolegalearcella.it\/public_html\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/minuzie.png?fit=220%2C197&amp;ssl=1\" class=\"  wp-image-2532 alignleft\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/avvocatotelematico.studiolegalearcella.it\/public_html\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/minuzie.png?resize=93%2C84&#038;ssl=1\" alt=\"Minuzie\" width=\"93\" height=\"84\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il DPCM 13 novembre 2014 ha portato alla ribalta anche nel mondo forense il concetto di \u201cimpronta del documento informatico\u201d impiegato, nel caso specifico, come strumento per riferire in modo certo e univoco, come fosse una sorta di \u201ctimbro di congiunzione virtuale\u201d, l\u2019attestazione di conformit\u00e0 redatta su documento separato agli atti e documenti cui la stessa si riferisce (<a href=\"http:\/\/www.gazzettaufficiale.it\/eli\/id\/2015\/01\/12\/15A00107\/sg\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">art. 4 comma 3 e art. 6 comma 3 DPCM 13.11.2014<\/a>). Ma cos\u2019\u00e8 esattamente l\u2019impronta di un file? Anzitutto occorre aver ben chiaro cosa sia un file. Non me ne vorranno gli informatici per inesattezze e uso improprio di termini decisamente (e volutamente) poco tecnici.<\/p>\n<h2>Cos\u2019\u00e8 un file?<\/h2>\n<p>Per chiarire cosa debba intendersi per \u201cfile\u201d immaginiamolo semplicemente come una scatola dove, al suo interno, il nostro computer conserva ogni nostro singolo testo, fotografia, brano musicale che abbiamo salvato, scaricato, ricevuto per mail. Sopra ogni scatola il nostro computer scrive alcune informazioni di servizio come ad esempio il nome del file stesso, la data di creazione della scatola e chi ha il \u201cpermesso\u201d di aprirla. Aprendo la scatola immaginiamo di trovare un cordone pi\u00f9 o meno lungo di lampadine (bit) che possono essere accese (1) o spente (0).<\/p>\n<p>Come fa il computer a distinguere e dare un senso a questa lunghissima sequenza di lampadine tutte uguali per mostrarle come una foto piuttosto che un testo word o un PDF? Pensiamo ad una ricetta di cucina scritta in inglese: in effetti non \u00e8 altro che una sequenza di lettere. Lettere che per\u00f2 assumono un significato se raggruppate in parole e frasi. Significato che sono in grado di comprendere se conosco la lingua inglese.<\/p>\n<p>Dunque il computer, conoscendo la lingua (formato) della nostra ricetta (il contenuto del file) \u00e8 in grado di leggerla e prepararci ci\u00f2 che \u00e8 l\u2019oggetto della ricetta stessa (visualizzare una foto, ad esempio).<\/p>\n<p>Ma tornando al contenuto della scatola, di quante \u201clampadine\u201d stiamo parlando? Cos\u00ec, per avere un\u2019idea, la scansione per immagine di una sentenza di 5 pagine con dimensione 2.029Kb (c.ca 2Mb) contiene oltre 16 milioni di lampadine (bit).<\/p>\n<p>Immaginiamo adesso di dover trasmettere la nostra scatola contenente la sequenza di oltre 16 milioni di lampadine all\u2019altro capo del mondo e dover verificare con una semplice telefonata al destinatario che nessuna lampadina si sia fulminata nel viaggio. Pi\u00f9 precisamente vogliamo essere certi che tutte le lampadine siano arrivate a destinazione cos\u00ec come erano partite ed abbiano mantenuto la stessa identica sequenza accesa\/spenta.<\/p>\n<p>Potremmo armarci di pazienza e comunicare al nostro interlocutore lo stato di ogni singola lampadina. Hmm, pi\u00f9 di 16 milioni di lampadine&#8230; impensabile! Serve qualcosa di pi\u00f9 semplice ed efficace. E qui entra in gioco l\u2019hash e l\u2019impronta del file.<\/p>\n<h2>Cos\u2019\u00e8 l\u2019hash?<\/h2>\n<p>L\u2019hash \u00e8 la funzione che consente di ricavare (calcolare) l\u2019impronta digitale di un file (digest) o, meglio, del suo contenuto. Calcolare l\u2019impronta significa cio\u00e8 affidarsi ad una funzione logico-matematica che partendo da una sequenza di bit di qualsiasi \u201clunghezza\u201d (come nel nostro esempio le oltre 16 milioni \u201clampadine\u201d che costituiscono il pdf della sentenza) restituisca una sequenza di pochissime \u201clampadine\u201d, a lunghezza fissa e predeterminata, gestibile anche senza strumenti informatici (tanto da poterla trascrivere a penna anche su un banale foglio di carta). Esistono varie \u201ctecniche\u201d (algoritmi) per calcolare un\u2019impronta come ad esempio il Secure Hash Algorithm 256 (SHA256) che genera un hash-digest (impronta) di 256 bit (apparentemente una sequenza di 64 caratteri che in realt\u00e0 \u00e8 una \u201crappresentazione raggruppata\u201d delle nostre 256 lampadine, mi perdoneranno gli informatici).<\/p>\n<p>La funzione deputata alla generazione dell\u2019impronta (hash) deve garantire essenzialmente:<\/p>\n<ol>\n<li>che non sia possibile eseguire l\u2019operazione inversa di ricavare dall\u2019impronta la sequenza originaria (il file di partenza) n\u00e9 di individuare una qualsiasi sequenza alternativa di bit che possa generare quella stessa impronta;<\/li>\n<li>che sia (praticamente) impossibile ottenere impronte uguali partendo da files diversi fosse anche la differenza, come nel nostro esempio, di una sola lampadina sulle oltre 16 milioni della sequenza.<\/li>\n<\/ol>\n<p>Chiarito questo concetto (hash = funzione per ricavare \u201cl\u2019impronta digitale\u201d di un file) possiamo rispondere alla domanda iniziale: come verificare con una semplice telefonata che la nostra scatola contenente la sequenza di oltre 16 milioni di bit sia arrivata a destinazione senza alcuna alterazione del contenuto? Semplicemente calcolando l\u2019impronta prima della partenza e dettandola al telefono al destinatario della nostra scatola. Questi non dovr\u00e0 fare altro che calcolare nuovamente l\u2019impronta del file ricevuto e confrontarla con quella che abbiamo dettato al telefono. Se le impronte coincidono i files sono uguali significando che la trasmissione non ha subito alcuna \u201ccorruzione\u201d.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 soltanto uno degli innumerevoli impieghi della funzione di hash.<\/p>\n<p>Ma torniamo al DPCM 13.11.2014.<\/p>\n<p>Come viene attestata la conformit\u00e0 delle copie cartacee? Spesso con la semplice apposizione di un timbro sulla copia recante la formuletta canonica ovvero con attestazione separata materialmente spillata alla copia stessa e congiunta con un timbro (come per la formula esecutiva).<\/p>\n<p>Bene, come riprodurre in digitale queste due \u201cmodalit\u00e0\u201d di attestazione della conformit\u00e0? Esattamente come spiegato dal DPCM citato (artt. 4 comma 3 e 6 comma 3):<\/p>\n<ol>\n<li>\u201csovrapponendo\u201d alla copia medesima l\u2019attestazione di conformit\u00e0 proprio come se vi applicassi un timbro (vedasi ad esempio la <a href=\"http:\/\/www.scribd.com\/doc\/252610870\/Estrazione-ed-autentica-copia-digitale\">procedura <\/a>illustrata dall\u2019Avvocato Giuseppe Vitrani);<\/li>\n<li>oppure redigendola su file separato che per\u00f2 dovr\u00e0 in qualche modo essere congiunto virtualmente alla copia stessa (come per una formula esecutiva).<\/li>\n<\/ol>\n<p>Ebbene, come faccio a \u201cspillare\u201d l\u2019attestazione di conformit\u00e0 alla copia e mettere un bel timbro di congiunzione? Semplicemente indicando nell\u2019attestazione l\u2019impronta del file da congiungere virtualmente.<\/p>\n<p>L\u2019impronta serve soltanto a questo!<\/p>\n<p>Io che ricevo la copia di una sentenza in formato PDF come faccio a capire se \u00e8 una copia conforme? Allo stesso modo di come farei se avessi ricevuto una copia tradizionale cartacea. Vado a vedere l\u2019attestazione di conformit\u00e0.<\/p>\n<p>E questa, trattandosi di documento informatico, potrei trovarla sovrapposta all\u2019immagine stessa della sentenza (come fosse un timbro) oppure come file separato. In quest\u2019ultimo caso come faccio a verificare che l\u2019attestazione sia virtualmente spillata e congiunta alla copia? Semplicemente calcolando l\u2019impronta della copia e confrontandola con quella indicata nell\u2019attestazione. Se le impronte coincidono significa che quei documenti (copia e attestazione) sono virtualmente spillati l\u2019uno all\u2019altro. Tutto qui.<\/p>\n<h2>Copie e duplicati<\/h2>\n<p>Il Codice dell\u2019Amministrazione Digitale distingue fra \u201cduplicati\u201d e \u201ccopie\u201d ingenerando un po\u2019 di confusione atteso che, da un punto di vista informatico, non esiste differenza tra copia e duplicato: due files sono identici o non lo sono. In effetti il concetto di \u201ccopia\u201d \u00e8 mutuato dal mondo analogico.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 risulta evidente con la lettura delle definizioni date dallo stesso CAD secondo il quale la \u201ccopia informatica di documento informatico\u201d \u00e8 il documento informatico \u201cavente contenuto identico a quello del documento da cui \u00e8 tratto su supporto informatico con diversa sequenza di valori binari\u201d.<br \/>\nIl \u201cduplicato informatico\u201d \u00e8 invece il documento informatico \u201cottenuto mediante la memorizzazione, sullo stesso dispositivo o su dispositivi diversi, della medesima sequenza di valori binari del documento originario\u201d.<\/p>\n<p>Quindi occorre tenere distinti quelli che sono il contenuto sostanziale del documento informatico (ad. esempio la sentenza \u201cx\u201d) dal contenuto formale (la sequenza di bit o delle nostre lampadine).<\/p>\n<p>Insomma, il duplicato informatico \u00e8 la copia \u201cbit a bit\u201d di un file, un clone perfettamente identico e indistinguibile dall\u2019originale perch\u00e9 \u201c\u00e8\u201d un nuovo originale. Tornando al nostro paragone avremo due (o pi\u00f9) scatole di contenuto assolutamente identico che dunque genereranno impronte identiche. Questo \u00e8 un concetto che nel mondo analogico, in effetti, non esiste! Neppure due pecore Dolly sarebbero identiche come due files duplicati!<\/p>\n<p>La copia (secondo il CAD) \u00e8 invece la rappresentazione di uno stesso documento (stesso contenuto sostanziale) ma che dal punto di vista formale costituisce un file \u201cdiverso\u201d. La sequenza di bit \u00e8 diversa, le impronte sono diverse. Questo perch\u00e9 \u00e8 all\u2019interno della scatola che qualcosa \u00e8 diverso.<\/p>\n<p>Ma cosa esattamente? Beh, possono essere diverse tante cose, in primis i c.d. \u201cmetadati\u201d, informazioni aggiuntive rispetto a quelle scritte all\u2019esterno della scatola e che sono invece contenute al suo interno. Come se dentro alla scatola ci fosse una scheda con informazioni e dettagli che durante la copia possono essere aggiornate, integrate, modificate a piacimento senza tuttavia alterare il contenuto \u201csostanziale\u201d.<\/p>\n<p>Per capire: provate a <a href=\"http:\/\/apps.dirittopratico.it\/impronta.html\">calcolare l\u2019impronta<\/a> di un testo word che avete gi\u00e0 registrato sul vostro computer. Adesso aprite quel documento e scegliete dal menu File -&gt; Informazioni -&gt; Propriet\u00e0 -&gt;Propriet\u00e0 avanzate. Avrete la possibilit\u00e0 di modificare moltissimi metadati come ad esempio il nome dell\u2019autore piuttosto che la descrizione del contenuto. Adesso salvate il file e ricalcolate l\u2019impronta. Dato che abbiamo messo le mani dentro alla scatola, pur non cambiando una virgola del testo, l\u2019impronta sar\u00e0 inevitabilmente diversa.<\/p>\n<p>In conclusione due files le cui impronte coincidono sono esattamente uguali e rappresentano, per il CAD, due duplicati (entrambi originali).<\/p>\n<p>Se due files sono la rappresentazione dello stesso contenuto ma hanno impronte diverse, uno \u00e8 la copia dell\u2019altro.<\/p>\n<p>Ma attenzione, questo \u00e8 probabilmente un risultato cercato proprio per poter distinguere originali e duplicati dalle loro copie!<\/p>\n<p>E ci\u00f2 accade allorch\u00e8 si scarichi dal pst un documento. Non viene fornito un duplicato ma una semplice \u201ccopia\u201d (nel senso inteso dal CAD) ovvero un file \u201cavente contenuto identico a quello del documento da cui \u00e8 tratto su supporto informatico con diversa sequenza di valori binari\u201d. Per contenuto in questo caso non si deve intendere il nostro cordone di lampadine ma semplicemente cosa questo file mi rappresenta.<\/p>\n<p>Ma tutto questo \u2013 come abbiamo potuto verificare e scoprire empiricamente giocando in queste ultime settimane con il calcolo delle impronte sui files ricevuti via PEC dalla cancelleria o scaricati dal pst \u2013 nulla ha a che vedere con l\u2019impronta \u201ctimbro di congiunzione\u201d di cui al DPCM 13.11.2014<\/p>\n<p>Quell\u2019impronta \u00e8 solo e necessariamente quella calcolata sulla \u201ccopia\u201d che dobbiamo dichiarare conforme.<\/p>\n<h2>Un equivoco comune<\/h2>\n<p>Qualcuno si chiede se, al contrario, l\u2019impronta da inserire nell\u2019attestazione di conformit\u00e0 non debba essere &#8211; ad esempio per l\u2019ipotesi di cui all\u2019art. 6 comma 3 DPCM in parola &#8211; quella corrispondente all\u2019originale conservato nel fascicolo informatico. La cosa potrebbe anche avere un senso: indico cio\u00e8 nell\u2019attestazione l\u2019impronta di quello che \u00e8 il vero originale informatico del quale ho estratto la copia. Ma attenzione, la norma non dice e non richiede questo! Peraltro in tal caso, anche se e quando il pst mostrer\u00e0 l\u2019impronta del file originale, come potrei essere certo che quell\u2019impronta \u00e8 proprio quella dell\u2019originale se non posso scaricarlo? Servirebbe una norma ad hoc ed un nuovo potere di certificazione. Invece la norma tecnica (il DPCM) \u00e8 chiara e parla esplicitamente di riferimento temporale e impronta \u201cdi ogni copia o estratto informatico\u201d.<\/p>\n<p>Facciamo un altro esempio \u201canalogico\u201d per chiarire ancora meglio perch\u00e9 l\u2019impronta non pu\u00f2 che essere quella calcolata sulla copia cui si riferisce l\u2019attestazione. Senza la spillatura virtuale costituita dall\u2019indicazione dell\u2019impronta sull\u2019attestazione, la notifica della copia di una sentenza estratta dal pst con attestazione di conformit\u00e0 sulla relata sarebbe un po\u2019 come se l\u2019ufficiale giudiziario andasse a consegnare al destinatario una copia semplice della sentenza e l\u2019attestazione di conformit\u00e0 su un foglio separato. E\u2019 vero che in caso di notifica via PEC io mittente (grazie alla ricevuta di consegna completa) posso sempre dimostrare che quell\u2019attestazione si riferisce alla sentenza allegata nello stesso medesimo messaggio ma questa \u00e8 un&#8217;altra storia&#8230;<\/p>\n<p>La norma tecnica (il DPCM in parola) si \u00e8 preoccupata soltanto di dettare le modalit\u00e0 per riferire in modo certo l\u2019attestazione alla copia proprio come avviene tradizionalmente lavorando con il cartaceo.<\/p>\n<p>Da qui attenzione ad utilizzare correttamente questa sorta di spillatrice virtuale. Poniamo il caso di dover iscrivere al ruolo una procedura esecutiva presso terzi e voler attestare la conformit\u00e0 della copia del pignoramento, del titolo e del precetto con dichiarazione inserita in una nota di deposito (ad esempio con la\u00a0<a href=\"http:\/\/processociviletele.blogspot.it\/2015\/02\/processo-civile-telematico-iscrizione.html\">procedura descritta<\/a> dell\u2019Avvocato Luca Sileni). Volendo inserire l\u2019impronta dei files (art. 4 comma 3 DPCM) dovr\u00f2 fare attenzione a firmare con il redattore soltanto il necessario e non i files del pignoramento, del titolo e del precetto sui quali ho precedentemente calcolato l\u2019impronta riportata sulla nota di deposito. Diversamente \u00e8 un po&#8217; come avessi avuto sulla mia scrivania la mia bella copia conforme dei documenti con attestazione sull\u2019ultima pagina. Poi, al momento del deposito, invece di depositare la copia conforme avessi \u201cstaccato\u201d l\u2019attestazione sull\u2019ultima pagina e depositato quella insieme ad una copia semplice degli atti che peraltro avrei inutilmente firmato di pugno\u2026.<\/p>\n<p>Infine, in caso di notifica via PEC, come ricordato dalla stessa <a href=\"http:\/\/apps.dirittopratico.it\/notifica.html\">webapp<\/a>\u00a0per la redazione assistita della relata: \u201c\u2026 l&#8217;impronta deve necessariamente essere calcolata sul file che sar\u00e0 allegato alla PEC senza che lo stesso venga successivamente modificato\/manipolato in alcun modo. In particolare se devi allegare un file firmato digitalmente, ricorda di calcolare l&#8217;impronta proprio sul file firmato. Il destinatario della notifica deve infatti essere in grado salvare gli allegati ricevuti con la PEC, <a href=\"http:\/\/apps.dirittopratico.it\/impronta.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">calcolarne le impronte<\/a> e confrontarle con quelle indicate nella relata di notifica al fine di verificarne la corrispondenza \u2026\u201d.<\/p>\n<p><em>fonte:\u00a0http:\/\/www.dirittopratico.it\/<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Claudio \u00a0De Stasio\u00a0 Avvocato del Foro di Grosseto Il DPCM 13 novembre 2014 ha portato alla ribalta anche nel mondo forense il concetto di \u201cimpronta del documento informatico\u201d impiegato, nel caso specifico, come strumento per riferire in modo certo e univoco, come fosse una sorta di \u201ctimbro di congiunzione virtuale\u201d, l\u2019attestazione di conformit\u00e0 redatta<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/avvocatotelematico.studiolegalearcella.it\/public_html\/2015\/03\/05\/hash-e-impronte-cerchiamo-di-fare-un-po-di-chiarezza\/\" class=\"more-link\">Leggi tutto<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"sfsi_plus_gutenberg_text_before_share":"","sfsi_plus_gutenberg_show_text_before_share":"","sfsi_plus_gutenberg_icon_type":"","sfsi_plus_gutenberg_icon_alignemt":"","sfsi_plus_gutenburg_max_per_row":"","_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2},"jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[24],"tags":[],"class_list":["post-2521","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"aioseo_notices":[],"aioseo_head":"\n\t\t<!-- All in One SEO 5.0.1.1 - aioseo.com -->\n\t<meta name=\"description\" content=\"di Claudio De Stasio Avvocato del Foro di Grosseto Il DPCM 13 novembre 2014 ha portato alla ribalta anche nel mondo forense il concetto di \u201cimpronta del documento informatico\u201d impiegato, nel caso specifico, come strumento per riferire in modo certo e univoco, come fosse una sorta di \u201ctimbro di congiunzione virtuale\u201d, l\u2019attestazione di conformit\u00e0 redatta\" \/>\n\t<meta name=\"robots\" content=\"max-image-preview:large\" \/>\n\t<meta name=\"author\" content=\"robertoarcella\"\/>\n\t<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/avvocatotelematico.studiolegalearcella.it\/public_html\/2015\/03\/05\/hash-e-impronte-cerchiamo-di-fare-un-po-di-chiarezza\/\" \/>\n\t<meta name=\"generator\" content=\"All in One SEO (AIOSEO) 5.0.1.1\" \/>\n\t\t<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n\t\t<meta property=\"og:site_name\" content=\"Avvocato Telematico \u2022 Blog a cura dell&#039;Avv. 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