Anatomia di una truffa che non si riconosce guardando il mittente – e che prende di mira, in modo tutt’altro che casuale, gli studi legali. Arrivata, non per caso, nei giorni delle partenze.
Le prime settimane di agosto sono il momento più pericoloso dell’anno per la posta elettronica di uno studio legale. Non perché gli attacchi aumentino – anche se aumentano – ma perché cambia il modo in cui leggiamo.
Si controlla la casella di sfuggita, dal telefono, con lo schermo che riflette il sole e metà dell’attenzione occupata altrove. Si scorre in piedi aspettando un caffè, sotto l’ombrellone, la sera prima di cena. La soglia si abbassa: si apre la posta per liberarla, non per esaminarla. In più si è soli – il collega a cui si sarebbe detto «guarda un attimo questa» è in ferie anche lui – e sullo schermo di un telefono l’indirizzo di destinazione di un collegamento non si vede, a meno di andarlo a cercare apposta.
Chi costruisce queste campagne lo sa, e calibra il calendario di conseguenza. Vale la pena tenerlo a mente leggendo quel che segue.
Il 4 agosto 2026 è arrivata nella casella dello Studio una email che, a un controllo distratto, non presentava alcuna anomalia: mittente reale, dominio esistente, nessun allegato sospetto, tutti i controlli di autenticazione superati. In cima, il riquadro blu e il pulsante giallo di DocuSign: «You have been sent a document to review and sign». Sotto, una conversazione commerciale in inglese lunga decine di schermate, con firme aziendali, loghi, importi e citazioni annidate.
Quella email era una truffa. Ma non nel modo in cui siamo abituati a immaginarla, e per questo merita di essere raccontata nel dettaglio: è il modello di attacco che oggi funziona meglio contro gli studi professionali.
| In breve
Un’email autentica, inviata da una casella davvero compromessa, con dentro una vera conversazione d’affari rubata e cinque righe di esca aggiunte in cima. Nessun allegato infetto: l’unico pericolo è un collegamento. Chi lo apre e inserisce le proprie credenziali consegna la casella di posta dello studio – e con essa la corrispondenza di tutti i clienti. |
- Il punto che cambia tutto: il mittente non era falsificato
La prima regola che tutti abbiamo imparato – «controlla l’indirizzo del mittente» – qui non serve a nulla. L’email non era spedita da un indirizzo somigliante a quello vero: era spedita dall’indirizzo vero.
L’analisi tecnica delle intestazioni lo dimostra senza margini di dubbio. Tutti i protocolli di autenticazione della posta risultano superati: SPF (il server di invio era autorizzato dal dominio), DKIM (il messaggio era firmato con la chiave crittografica privata del dominio mittente), ARC (la catena di inoltro era integra). Il Message-ID ha il formato nativo di Gmail e il messaggio è transitato dal relay che Google riserva agli utenti già autenticati.
Sono condizioni che un falsificatore non può riprodurre: per firmare con DKIM occorre possedere la chiave privata del dominio. La conclusione obbligata è che qualcuno aveva effettuato l’accesso a quella casella aziendale e inviava dall’interno.
| Perché conta
Nessun filtro antispam può bloccare in modo affidabile un messaggio correttamente autenticato che proviene da un dominio con buona reputazione. Le difese basate sul «chi scrive» sono cieche davanti a questa tecnica: l’unica difesa che resta è il comportamento di chi legge. |
- Anatomia: il 99,7% del messaggio è autentico
La tecnica si chiama thread hijacking, dirottamento di conversazione. Chi controlla la casella violata non scrive un messaggio nuovo: pesca nell’archivio una discussione reale e ancora aperta, vi antepone poche righe di esca e la rispedisce.

Fig. 1 – La struttura del messaggio: cinque righe di esca sopra 62.689 caratteri di corrispondenza autentica sottratta alla casella violata. Nomi e riferimenti delle società coinvolte sono stati oscurati.
Nel caso esaminato il rapporto è impressionante: l’esca occupa cinque righe, lo 0,3% del messaggio. Tutto il resto – 62.689 caratteri – è corrispondenza vera fra una società di spedizioni e i suoi corrispondenti: solleciti per fatture scadute da 85 giorni, un pagamento di 7.257 euro, l’apertura di un conto presso una banca asiatica, verifiche antiriciclaggio, firme con loghi e condizioni generali di trasporto.
È esattamente quel materiale a rendere credibile l’esca. Il destinatario scorre, riconosce il tono e la grana di una corrispondenza d’affari reale – perché reale è – e non pensa a mettere in discussione le cinque righe in cima.
- L’unico pericolo è un collegamento
Il messaggio non conteneva allegati eseguibili, macro, script o codice di alcun tipo: la verifica tecnica sul file lo esclude. Le uniche immagini presenti erano loghi aziendali legittimi, integri, senza dati nascosti. Il vettore d’attacco era uno solo, e richiedeva la collaborazione della vittima: il pulsante.

Fig. 2 – Il riquadro come appare al destinatario. La grafica è perfetta perché i loghi sono prelevati dal server ufficiale di DocuSign. Il collegamento, però, porta altrove.
Il pulsante «Review Documents Here» puntava a http://ud.xgcswix.com/. Un dominio che non ha alcuna relazione con DocuSign, i cui indirizzi legittimi sono docusign.com e docusign.net. Si noti anche il protocollo: http in chiaro, mentre DocuSign usa esclusivamente https.
La grafica, però, era autentica in senso letterale: i loghi non erano imitazioni, ma le immagini originali richiamate direttamente dal server ufficiale di DocuSign. Un espediente che rende il riquadro visivamente indistinguibile da una notifica vera – e che, va detto con chiarezza, non implica alcun coinvolgimento o responsabilità di DocuSign, il cui marchio è qui la parte lesa insieme ai destinatari.
Che cosa ci sarebbe stato dall’altra parte
Al momento dell’analisi il sottodominio era già stato disattivato: la pagina viene tolta dopo poche ore, per sfuggire alle segnalazioni. Ma i domini «gemelli» della stessa infrastruttura, ancora documentati negli archivi pubblici di scansione, ospitavano pagine di autenticazione contraffatte – finti accessi Microsoft 365 o Google.
| Attenzione: l’autenticazione a due fattori non basta più
Le pagine di questo tipo funzionano sempre più spesso come ponte in tempo reale: mentre la vittima digita, i dati vengono ritrasmessi al sito autentico. La pagina chiede anche il codice OTP, lo inoltra e ottiene in cambio il cookie di sessione. Da quel momento l’aggressore è dentro la casella senza dover più superare alcun secondo fattore. Cambiare la password, da sola, non lo estromette: occorre revocare le sessioni attive. |
- Dietro non c’è un truffatore, c’è un’industria
Vale la pena di guardare l’infrastruttura, perché spiega perché questi attacchi non si esauriscono e perché i sistemi di blocco arrivano sempre un passo indietro.

Fig. 3 – I domini della stessa infrastruttura, con data e ora di registrazione. Tutti sullo stesso server e sugli stessi nameserver.
Il dominio dell’attacco era stato registrato il 2 luglio 2026: aveva 33 giorni di vita quando l’email è partita. Non è solo: risiede su un server negli Emirati Arabi Uniti insieme a una dozzina di altri domini con lo stesso schema di denominazione – due lettere di sottodominio e una sequenza casuale di consonanti – e tutti appoggiati agli stessi nameserver.
Il dettaglio decisivo sono gli orari di registrazione: due domini acquistati a ventidue secondi di distanza, altri due nello stesso identico secondo. Sono acquisti automatizzati in blocco. Il ricambio continuo dei nomi a dominio serve proprio a stare davanti alle liste di blocco: quando un indirizzo viene segnalato, la campagna successiva ne usa già un altro.
- Perché lo studio legale è un bersaglio privilegiato
La scelta dei destinatari non è casuale. Un avvocato riunisce in una sola casella caratteristiche che, per chi conduce questo tipo di frode, valgono molto più della media.
- Il pretesto è credibile: firmare documenti per via telematica è la normalità, non un’eccezione che desta sospetto. Una richiesta di sottoscrizione elettronica è l’esca perfetta perché è verosimile.
- Il contenuto vale: l’archivio contiene corrispondenza coperta da segreto professionale, atti non ancora depositati, strategie difensive, dati giudiziari di terzi. È materiale che ha valore sia per la rivendita sia per l’estorsione.
- Il denaro passa di lì: lo studio movimenta somme altrui – acconti, fondi spese, somme recuperate per il cliente, transazioni. Chi legge la posta può attendere il momento in cui si concorda un bonifico e inserirsi con coordinate diverse.
- La rubrica è preziosa: una email che arriva dal legale ha un’autorevolezza che nessun altro mittente possiede. Una casella professionale compromessa diventa una rampa di lancio verso clienti, controparti, colleghi e uffici giudiziari.
Non a caso, la conversazione rubata in questo messaggio riguardava proprio pagamenti internazionali, fatture insolute e apertura di conti correnti. È il materiale che questi gruppi cercano sistematicamente.
- I danni concreti, in ordine di gravità
- Accesso permanente e silenzioso alla casella: qualcuno legge in silenzio la posta dello studio, spesso per settimane. Vengono create regole di inoltro automatico nascoste che duplicano i messaggi verso l’esterno. Non c’è alcun segnale visibile.
- Deviazione dei pagamenti: è il danno economicamente più rilevante. L’aggressore attende una trattativa in cui è previsto un pagamento e interviene con un messaggio credibilissimo che comunica «nuove coordinate». Il bonifico parte verso un conto controllato dai truffatori e il recupero, se non immediato, è raro.
- Violazione del segreto professionale: una casella professionale violata espone atti, pareri e corrispondenza riservata di soggetti che non hanno alcun rapporto con l’attacco. Il pregiudizio non ricade solo sullo studio.
- Effetto domino: l’accesso alla posta permette la reimpostazione delle password di servizi collegati e l’invio di nuove ondate di messaggi ai contatti in rubrica, che a loro volta vedranno arrivare un’email autentica dall’avvocato di fiducia.
- Obblighi verso il Garante e verso i clienti: la compromissione della casella comporta la valutazione di una violazione di dati personali, con i termini stringenti che ne conseguono. Sul punto si torna più avanti.
- Come si riconosce: i segnali che restano
Poiché mittente e autenticazione non aiutano, occorre spostare l’attenzione altrove. In questo messaggio i segnali c’erano tutti.
| SEGNALE |
COME SI VERIFICA |
| Il collegamento non porta al dominio del marchio |
Passare il puntatore sul pulsante senza cliccare e leggere l’indirizzo in basso. Su telefono, tenere premuto per far comparire l’anteprima. |
| Protocollo http in chiaro |
Nessun servizio di firma elettronica seria usa http. Se manca la «s», è già sufficiente per fermarsi. |
| Destinatari nascosti |
Il campo «A:» riportava undisclosed-recipients e la consegna è avvenuta in copia nascosta: un invio massivo, non una comunicazione indirizzata a noi. |
| Nessun rapporto in corso |
Lo Studio non era parte di quella conversazione né aveva mai avuto contatti con il mittente. Un documento da firmare non arriva dal nulla. |
| Oggetto duplicato e formule generiche |
L’oggetto era ripetuto due volte e il testo si apriva con un «Dear Sir» privo di qualunque riferimento personale o di pratica. |
| Nome visualizzato incoerente |
Il nome mostrato richiamava un settore diverso da quello del dominio mittente: una discrepanza che si coglie solo se ci si sofferma. |
| La regola che vale sempre
Non si valuta un’email dall’aspetto, ma dal punto in cui porta. E soprattutto: non si raggiunge mai un servizio partendo da un collegamento ricevuto. Se davvero c’è un documento da firmare, lo si trova accedendo al portale digitandone l’indirizzo, oppure dai preferiti. |
- Le contromisure da adottare nello studio
Misure organizzative – le più efficaci e a costo zero
- Doppio canale sui pagamenti: nessuna variazione di IBAN comunicata via email va eseguita senza una verifica telefonica su un numero già in rubrica – mai su quello indicato nel messaggio che annuncia il cambio. Vale per i clienti, per i colleghi, per i fornitori e per i domiciliatari. È la misura che previene il danno più grave.
- Regola del dubbio legittimo: chi in studio riceve un’email con richiesta di firma o di accesso deve poter chiedere una verifica senza sentirsi rallentato o giudicato. La fretta è l’alleato principale di questi attacchi.
- Procedura di segnalazione: prevedere che un sospetto venga segnalato subito a un referente identificato. Il tempo di reazione, in caso di credenziali già inserite, si misura in minuti.
- Formazione di tutti, non solo dei titolari: una sessione annuale con esempi reali, come quello qui descritto, vale più di qualunque circolare. Vanno coinvolti anche praticanti e personale di segreteria, che spesso sono i primi destinatari.
Misure tecniche
- Autenticazione a più fattori su tutte le caselle: indispensabile, anche se non risolutiva da sola. Da preferire le app di autenticazione o le chiavi fisiche rispetto al codice via SMS.
- Controllo delle regole di inoltro: verificare periodicamente che nella casella non compaiano regole di inoltro o filtri non impostati da noi. È il primo segno di una compromissione in corso e si controlla in un minuto.
- Protezione del proprio dominio: configurare SPF, DKIM e soprattutto DMARC in modalità restrittiva sul dominio dello studio. Non impedisce di ricevere messaggi come questo, ma impedisce a terzi di spacciarsi per noi verso i nostri clienti. Il dominio compromesso in questa vicenda ne era privo.
- Riscrittura dei link e banner sui messaggi esterni: molte soluzioni di posta consentono di riscrivere i collegamenti in ingresso e di segnalare in modo evidente i messaggi provenienti dall’esterno.
- Separazione dei canali: distinguere la posta ordinaria dalla PEC nell’uso quotidiano riduce la superficie esposta e aiuta a percepire come anomala una richiesta arrivata sul canale sbagliato.
- Se qualcuno ha già cliccato
La differenza fra un incidente contenuto e un danno grave sta nella rapidità. Nell’ordine:
- Cambiare immediatamente la password da un dispositivo diverso da quello usato per cliccare.
- Revocare tutte le sessioni attive: è il passaggio che quasi tutti dimenticano ed è il più importante: il cookie rubato continua a funzionare anche dopo il cambio della password. Tutte le principali piattaforme offrono la funzione di disconnessione globale.
- Ispezionare le impostazioni della casella: regole di inoltro automatico, filtri, deleghe, applicazioni autorizzate, indirizzi di recupero. L’aggressore li modifica per conservare l’accesso.
- Esaminare la cronologia degli accessi, verificando accessi da paesi o dispositivi mai usati.
- Avvisare i contatti che potrebbero aver ricevuto messaggi partiti dalla casella, usando un canale diverso dalla posta.
- Documentare per iscritto data e ora della violazione, delle categorie di dati coinvolte e delle misure adottate. È la base su cui si fonda ogni valutazione successiva.
- I profili giuridici da non trascurare
La compromissione della casella di uno studio legale non è soltanto un problema tecnico. L’art. 32 del Regolamento (UE) 2016/679 impone al titolare misure tecniche e organizzative adeguate al rischio, e l’adeguatezza si valuta anche alla luce della natura dei dati trattati: quelli di uno studio legale comprendono di regola dati giudiziari e categorie particolari.
Se l’accesso abusivo si concretizza, si è in presenza di una violazione di dati personali: scatta l’obbligo di notifica al Garante ai sensi dell’art. 33 GDPR entro settantadue ore dalla conoscenza, salvo che sia improbabile un rischio per i diritti e le libertà degli interessati; e, quando il rischio è elevato, la comunicazione agli interessati ai sensi dell’art. 34. Trattandosi di corrispondenza difensiva, la soglia del rischio elevato è raggiunta con facilità.
Sul piano deontologico, il dovere di segretezza e riservatezza – art. 13 del codice deontologico forense, che rinvia all’art. 28 per la disciplina di dettaglio – non si esaurisce nel non divulgare: implica anche la custodia diligente delle informazioni ricevute. Una casella priva di autenticazione a più fattori, oggi, è difficile da qualificare come custodia diligente.
Va inoltre ricordato che la mera ricezione di un messaggio come quello descritto non costituisce, di per sé, una violazione di dati: se nessuno ha aperto il collegamento e inserito credenziali, non vi è alcunché da notificare. È la verifica di quel presupposto – non l’allarme – il primo adempimento.
In conclusione
Questa email non conteneva virus, non sfruttava alcuna vulnerabilità informatica e non violava alcun sistema di protezione. Ha superato indenne ogni controllo automatico perché era, sotto il profilo tecnico, perfettamente in regola. Contava su una cosa sola: che il destinatario, vedendo un mittente reale e una conversazione vera, cliccasse senza guardare dove portava il pulsante.
È questo il punto da portare a casa. Contro un attacco costruito sull’autenticità, la difesa non può essere solo tecnologica: è l’abitudine, in studio, di verificare la destinazione di un collegamento prima di aprirlo e di non fidarsi mai di una richiesta di pagamento che arrivi per posta elettronica senza conferma su un secondo canale. Due gesti che costano pochi secondi e prevengono la quasi totalità del danno.
Con un’avvertenza finale, che è poi il motivo per cui questo articolo esce ad agosto: sono anche i due gesti che per primi si saltano quando si legge la posta con il telefono in mano, un occhio solo e la testa già altrove. La distrazione delle ferie non è una colpa. È però, puntualmente, la finestra che questi attacchi aspettano – e sapere che esiste è già metà della difesa.
| Nota metodologica
Il messaggio è stato esaminato in ambiente isolato, con analisi statica del file e verifiche esclusivamente passive sui registri pubblici dei nomi a dominio. Il collegamento non è mai stato aperto e nessun contenuto è stato eseguito. I nomi delle società e delle persone coinvolte nella conversazione sottratta sono stati omessi: sono anch’esse parti lese e la loro identificazione non aggiunge nulla alla finalità informativa di questo articolo. Gli indirizzi dell’infrastruttura malevola sono invece riportati per esteso, perché possano essere inseriti nelle liste di blocco. |